trio
Domenica a Termitosa
18.09.2025 |
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"Erano suoni che non entravano, restavano fuori come i colpi sordi alla porta di una stanza dove non è consentito interrompere..."
Il vento di maestrale arrivava dal largo e piegava la riga di ombrelloni come fili d’erba. La spiaggia di Termitosa aveva quell’odore buono di resina e mare: pineta alle spalle, sabbia fine sotto i piedi, linea blu appena increspata da onde nervose. Era una domenica che prometteva di restare addosso. Io Sgruscio non avevo voglia di parlare troppo; mi bastava sentire la pelle scaldarsi e lasciarmi attraversare dal rumore continuo del mare, come un metronomo.La vidi arrivare con passo leggero, scalza, il telo arrotolato al fianco. La chiamavamo tutti la Bionda, e quel soprannome le stava addosso senza sforzo: capelli chiari che riflettevano il sole, occhi in cui si specchiava la spiaggia. Mi sorrise da lontano, un saluto appena accennato con il polso.
“Ti ho fatto aspettare?” disse, appoggiando il telo accanto al mio.
“Solo il tempo giusto,” risposi, e le indicai il mare. “Oggi è perfetto.”
Lei guardò verso il largo. “Perfetto come quando non c’è bisogno di dire niente.”
Per un po’ restammo in silenzio. Le dune alle spalle proteggevano i nostri respiri, la pineta filtrava un profumo resinoso che si mescolava alla crema solare. Il fruscio degli aghi di pino si integrava al colpo delle onde. In quel suono unico, sentivo il corpo distendersi, le spalle scendere, i pensieri farsi liquidi.
Arrivò l’Amico poco dopo, con un cappellino vissuto e un sorriso obliquo. Portava una borsa frigo e la spalla arrossata dal sole.
“È qui la domenica?” chiese, piantando il piede nella sabbia e squadrando il mare come se potesse misurarne l’intensità.
“Qui è sempre domenica,” dissi, alzandomi per dargli una mano. “E oggi il mare ha deciso di ricordarcelo.”
La Bionda si sistemò gli occhiali, guardandoci in controluce. “Facciamo un tuffo?”
Annuii, e ci avviammo verso l’acqua. L’impatto fu una specie di rito: l’onda fredda sulle caviglie, poi sui polpacci, il respiro che si accorcia, il corpo che si raddrizza istintivamente. Avanzammo finché l’acqua non ci abbracciò fino al petto. Il sole scintillava sulle creste, disegnando una mappa di lumini tremolanti sulle nostre braccia.
“È come se il mare volesse parlarci,” disse la Bionda, bagnandosi la nuca.
“O farsi ascoltare,” risposi. “E noi siamo qui apposta.”
L’Amico rise piano. “Allora ascoltiamo bene.”
Ci allontanammo di pochi metri, oltre la pigrizia rumorosa della riva. Là, il suono cambiava: più pieno, più avvolgente. Era un abbraccio. La Bionda mi si avvicinò, gli occhi lucidi di luce, e appoggiò la fronte alla mia spalla.
“Mi fido del mare quando ci sei tu,” mormorò.
“Siamo in tre,” dissi. “E il mare è abbastanza grande per contenerci.”
Lei fece un gesto con la mano, quasi a tagliare l’aria. “Allora lasciamo fuori tutto il resto.”
Ridemmo senza voce, come se qualunque parola potesse disturbare l’accordo appena scritto tra noi e l’acqua. I secondi persero forma: divennero una scia di respiri, di schiuma, di movimenti piccoli e intensi, una danza lenta in cui ognuno seguiva l’altro senza bisogno di guida. L’Amico ci girava intorno come una luna discreta, tenendo il ritmo con la punta delle dita sulla superficie, aprendo varchi tra le onde.
“Stai bene?” mi chiese a un certo punto, con quello sguardo che sapeva essere solido.
“Sto dove devo stare,” risposi.
La Bionda intrecciò le dita alle mie, poi le lasciò andare per tornare a cercarle, come se volesse giocare a perdersi e ritrovarsi. Aveva un sorriso che sapeva di acqua e sole. “Non scappare.”
“Non potrei,” dissi. “Non oggi.”
Quando tornammo a riva, il mondo sembrava rallentato. Il caldo sul petto era più dolce, la sabbia più fine, i colori più saturi. La pineta taceva, come se ci osservasse con una pazienza benevola. Ci asciugammo al sole, sdraiati sui teli con gli occhi chiusi e il fiato ancora corto.
“Sete?” chiese l’Amico, aprendo la borsa frigo. Il suono della zip fu quasi una dichiarazione di pace.
“Per me sì,” dissi, prendendo una bottiglia. “E anche fame, ma non di panini.”
La Bionda si girò su un fianco, guardandomi. “Di che hai fame, Sgruscio?”
“Di quel silenzio particolare che esiste solo tra tre persone che si capiscono,” risposi.
Lei abbassò le ciglia. “Allora spostiamoci dove il silenzio sa farsi ascoltare.”
Sapevamo tutti dove. Più in là, verso la zona meno battuta, le dune si innalzavano come schiene di animali addormentati. Camminammo seguendo una linea irregolare, i passi leggeri per non disturbare le tracce lasciate dal vento. La pineta s’infilava nella sabbia con radici che disegnavano arabeschi, e là dove il verde diventava più fitto l’aria profumava di resina umida. Trovammo un punto discreto, protetto da un intreccio di ginepro e pino, abbastanza lontano dalla battigia perché il brusio delle voci si mescolasse al fruscio delle chiome.
“Qui,” disse la Bionda, posando il telo come si posa un segreto.
L’Amico annuì. “Qui il tempo si allarga.”
Mi sedetti. Sentivo il cuore battere in modo diverso, non più per lo sforzo del nuoto, ma per un’attesa consapevole. La domenica diventava una stanza senza pareti, una mezz’ombra complice. La Bionda s’inginocchiò davanti a me, gli occhi fermi dentro i miei.
“Dimmi che ci sei,” sussurrò.
“Ci sono,” risposi. “Con tutto quello che ho.”
L’Amico si sedette accanto, abbastanza vicino da essere presenza, abbastanza lontano da lasciare spazio. Conosceva il ritmo delle cose, la misura perfetta tra il dire e il tacere.
“Sentite?” disse, alzando il mento verso il bosco. “Il vento sta cambiando.”
Era vero: un soffio più caldo, che portava l’odore di resina e sale fino a saturare l’aria. La luce si fece più dorata, come se qualcuno avesse abbassato una tendina di seta sul cielo. La sabbia, al tatto, era tiepida e carezzevole, entrava tra le dita e scivolava via.
La Bionda mi sfiorò il polso con la bocca. “Se esiste una parola per questo momento,” mormorò, “non la conosco.”
“Meglio così,” risposi. “Le parole sono belle prima. Durante, si ascolta.”
Lei sorrise appena. “Allora ascoltami.”
Il resto accadde come accadono le maree: senza fretta e senza esitazione. Io, la Bionda e l’Amico diventammo un triangolo di respiro, una geometria di fiducia, in cui ogni movimento nasceva dal precedente e invitava il successivo. Non c’era fretta, solo un crescere inevitabile, una musica che sapevamo suonare senza spartito. Le mani trovavano strade, i respiri si intrecciavano, i sussurri diventavano accordi. Dicevamo poco, ma ogni sillaba era piena.
“Così,” diceva lei, a occhi chiusi. “Sì, così.”
“Va tutto bene?” chiedeva l’Amico, con la sua calma solida.
“Sì,” rispondevo. “È tutto qui.”
La pineta sembrava proteggerci. Di tanto in tanto, il vento portava fin sopra di noi un’eco lontana: il rimbombo soffuso della spiaggia, il richiamo di una palla, lo strillo di un gabbiano. Erano suoni che non entravano, restavano fuori come i colpi sordi alla porta di una stanza dove non è consentito interrompere. Là dentro, il tempo aveva smesso di somigliare a un orologio; era più vicino a una marea, a un’onda che si prepara, s’innalza e finalmente si rompe in una schiuma sottile e pulita.
Quando la luce cominciò a inclinarsi, portando ombre lunghe dietro i tronchi, restammo sdraiati in silenzio. La Bionda aveva il viso arrossato e gli occhi lucidi; l’Amico fissava il cielo tra le fronde, come se stesse contando foglie.
“Vorrei ricordarmi ogni secondo,” disse lei.
“Te ne ricorderai il suono,” risposi. “Il resto lo inventerà il corpo, ogni volta che lo richiamerai.”
L’Amico fece un cenno. “Il suono del vento dentro il bosco. E i vostri respiri che diventano mio.”
Sorrisi. “Domenica a Termitosa: capitolo primo.”
“Ce ne saranno altri?” chiese la Bionda, con un mezzo sorriso.
“Solo se li scriviamo senza fretta,” dissi. “E senza pretendere di chiamarli con un nome preciso.”
Ci rimettemmo in cammino verso la riva. Il mare aveva cambiato colore: un azzurro più profondo, striato di ardesia. Le famiglie raccoglievano gli asciugamani, i bambini rincorrevano gli aquiloni fiacchi. La domenica si piegava verso la sera come una pagina che sa di essere stata letta bene.
“Un ultimo bagno?” propose l’Amico, alzando le sopracciglia.
Annuii. “Per sigillare.”
La Bionda ci prese le mani, una a destra e una a sinistra. “Andiamo.”
L’acqua, di nuovo, fu un accordo. Entrammo lentamente, lasciando che le onde ci salissero addosso come promesse mantenute. Quando l’acqua ci avvolse, ci voltammo l’uno verso l’altro e, senza parlare, lasciammo andare ciò che ancora pesava: i residui del giorno, le aspettative, le paure. Il mare portò via tutto, come fa un amico discreto.
“Dillo tu,” mi chiese la Bionda, appoggiando la testa alla mia spalla. “Dillo tu cos’è stato.”
Pensai alla parola giusta. La trovai nel punto esatto in cui la risacca incontra la pianta dei piedi.
“È stato necessario,” dissi. “Come respirare.”
L’Amico sorrise, bagnandosi il viso. “Allora non chiediamoci altro.”
Restammo ancora, fino a quando la pelle non ci chiese asciutto. Sulla riva, la sabbia conservava il calore come un’ultima carezza. Tornammo ai teli; l’aria sapeva di pino e di sera imminente. La Bionda si coprì le spalle, l’Amico infilò il cappello. Io guardai la linea dove l’acqua finiva e il cielo iniziava, e mi sembrò di vedere una firma.
“Ci vediamo qui la prossima domenica?” chiese lei, allacciando il pareo.
“Qui o in qualunque posto in cui il vento sappia il nostro nome,” risposi.
“Il tuo lo sa già,” disse l’Amico. “Lo trovo scritto sul rumore delle onde.”
Sorrisi. “Allora è deciso.”
Raccogliemmo le nostre cose e tornammo verso la pineta. Il sentiero di sabbia portava impronte che il vento stava già cancellando. Mi fermai un istante, voltandomi a guardare indietro: la spiaggia, le dune, il mare. Tutto come prima, eppure tutto diverso, come quelle canzoni che non cambiano ma cambiamo noi ad ascoltarle.
La Bionda si avvicinò, toccandomi l’avambraccio con le dita salate. “Sgruscio.”
“Dimmi.”
“Promettimi che, quando penserai a oggi, non cercherai parole troppo grandi.”
“Promesso,” dissi. “Userò quelle che usiamo in acqua: brevi, decise, vere.”
Lei annuì. “Allora mi basta.”
L’Amico ci raggiunse, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio rimasti nella borsa frigo. “È stato un buon giorno.”
“È stato il giorno giusto,” dissi.
Attraversammo la pineta. La luce a strisce cadeva sui tronchi, e tra un rigo e l’altro passavano rondini invisibili. La strada sterrata ci riportò al parcheggio improvvisato tra i pini, dove le auto attendevano col muso verso l’uscita. Prima di salutarci, restammo qualche secondo in silenzio, le mani ancora sabbiose, le labbra salate.
“Scriverai di oggi?” chiese la Bionda, con un lampo negli occhi.
“Sì,” risposi. “Ma lo farò in modo che il mare possa leggerlo senza arrossire.”
L’Amico mise in moto, poi abbassò il finestrino. “Allora ci rivediamo dove inizia il vento.”
“Esatto,” dissi. “Dove inizia il vento.”
Li guardai partire, poi salii a mia volta. Mentre percorrevo la lingua di asfalto che costeggia la pineta, il cielo si tingeva di rame. Accesi la radio, ma la spensi subito: il suono che volevo trattenere era altrove, fatto di acqua e passi nella sabbia, sussurri e sorrisi. Termitosa restava dietro di me, ma in realtà avanzava con me, chiusa da qualche parte tra la gola e il petto, come un nodo dolce.
Quella notte, sul terrazzo, il vento tornò a cercarmi. Portava un odore lontano di pino e di sale, e un’eco che riconobbi: la stessa musica breve e necessaria che avevamo scritto in tre, senza spartito. Chiusi gli occhi e lasciai che passasse, senza opporre resistenza.
“Domenica a Termitosa,” dissi a bassa voce. “Capitolo primo.”
E capii che non serviva altro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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